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Da Libro che non finito
Da Canto serale
Elegie
Da L’inizio del libro
Da Porte, finestre, archi
(1979–1983)
David canta a Saul
Sì, mio signore, e per l’anima un’anima
non è medico né custode sapiente.
(Le mie corde, le senti, dal suono fluente?)
Non è sorella, né madre, ma un casolare nel niente
ed il lungo filare invernale.

Tempo d’inverno, non si vedono luci,
fa buio e nulla di che consolarsi.
La tua anima piange la moltitudine dei giorni,
il frusciare dei mari ed il proprio segreto.
Ce ne sono molte migliori, ma la tua pur la mia
accompagni in questa sera.

E l’uomo, perché averne cura? –
nido di devastazione e lamento.
Perché l’intrecciano gli uccelli del cielo?
Ho veduto come s’attorce fuscello al fuscello.
E lo sai, o re, è lavoro, non medicamento,
per l’anima l’anima, e si stende fin qua,
come fanno gli uomini guerra, e al telaio le donne
dai tempi di Gedeone filano il vello.

Oh, quale tristezza, oh, quale tristezza,
oh quale infinita tristezza!
Tu vedi la mia incorrisposta distanza,
dov’io, come morto, mi giaccio disteso,
ed è a malapena chi mi conosca e si dolga
ch’io a me medesimo preferisca tristezza,
ch’io muoia già nel principio.

E come io amo questa mia rovina,
insania della mia cantilena!
Come il prigioniero, preso in presta battaglia,
da una terra a lui strana riconta
le note stelle – così io riconosco
il quadro della costellazione, la mia propria rovina,
il cui nome è benedizione.

Tu sai, noi la morte, la morte aneliamo,
signore, noi tutti. Meglio di tanti
altri sento: invisibile e invincibile
è questo vento di dentro. Noi tutto daremo
per questa pianura, dove ancora nessuno
è mai giunto: e giunti a vecchiezza
chiediamo di lei, come lattanti.

Tu hai visto come succede, allora
che il bimbo, senza ancora parola,
si alzi di notte, e guardi là dove
non guarda nessuno, e non senza traccia
vagando e piangendo. Quale stella
lo chiama? Quale flauto lo incanta
di quali incantatori? –

                                L’eterno sì
d’uno spazio tale che allora, mio re,
non sarà ormai più nulla: né vergogna o condanna,
e nemmeno pietà: di là fino a qua
traemmo ogni cosa ed entrammo. E l’acqua
ci porta, e infonde, e per dove lei sa…
Non più né segreti né uccelli del cielo.
Adalberto Mainardi
 David canta a Saul
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