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Da Libro che non finito
(1990-2000)
Barlaam e Ioasaf
Un monaco dal deserto di Senaar…
Versi religiosi russi
1.

Un monaco dal deserto di Senaar
viene nella casa del re:
è medico ed anche
di preziosi barattiere.
Mente ordinata, ricolma di sapere
lo inviano a far del pianto titubante
un sospiro profumato
per la bellissima
per la stranissima
patria, che riluce dal manto liso
d’una vita incerta senza talenti
come in tugurio sotterraneo il riso.

Là nel suo deserto traboccano di semi
meravigliosi i panieri di stelle
e va tranquillo in tutta la statura
tra i solchi il Seminatore
di lacrime ispirate e pentimento
solo nel fuoco si semina il fuoco
e si sfogliano i libri senza mani
e non si accendono lumi sulle righe,
ma il tuo si spreme, o notte, il tuo, che noi
amiamo, luminoso grappolo.

Ma d’ogni illuminamento
e d’ogni felicità lo sguardo
lascerà senza rincrescimento:
come il giardiniere pianta, innalza, corregge –
ma il padrone entra nel giardino.
Chiunque serviva alla luce dirà:
interrompe la conversazione con gli angeli
e là, dove gli comandano, va.

Poiché in alto, come banderuola
la grazia solleva il cuore,
poiché si danno amore e perdizione,
e sono – sorella e madre.


2.

– Non mi stupirei, padre mio meraviglioso –
dice il figlio del re – pur se all’istante,
medico, tu mi sollevassi dal letto angusto,
amico, tu mi portassi lontano da quest’agio fuori luogo.
Davvero non sono che una palla in un giuoco sleale,
in una gara di vigliacchi e furfanti?

Accordano le corde, disturbano le stelle.
Le loro corde e le stelle non valgono nulla,
a noi nessuna di loro riguarda.

Anch’io sollevo la mano
a sfiorare un uomo – e innanzi a me
l’uomo si strappa, come una tela consunta
come succede in un sonno inquieto.
Ma dal loro disegno cattivo
non ti chiedo: proteggimi! –
La sferza della vergogna e il pungolo della contrizione
di loro mi fanno più paura.

Mi fanno più paura, padre mio meraviglioso,
l’ora del nostro incontro,
la tua magrezza, il tuo Re del cielo,
il tuo Re tranquillo, il tuo diamante.

Il vento soffia dove vuole.
Chi vuole entra nella casa.
Quel che tutti sanno è più oscuro della notte.
Tu solo entrando hai fatto luce.
Come gli occhi, corrosi dal fumo,
così tutta la vita è cieca e fa male.
Ma perché nella tua luce amata
mi parla tanta sventura?

Oh tu sapessi con quale mano
ci conduce la profondità! –
Oh che guaio, oh, che
guaio, colmo fino al fondo.


3.

E come il cuore d’un antico racconto
batte in molte lingue –
Tu, che non abbandoni alcuno mai
perduto, che la lebbra
sollevi con un soffio come cenere,
che dalla risacca delle generazioni
un popolo Ti raduni –
Dio di verità, Dio del risveglio,
Dio di colui che senza di te perirà.
Adalberto Mainardi
Una farfalla o due
 Barlaam e Ioasaf
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