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La società russa alla luce del Majdan
Lettera agli amici ucraini e a chi vuole ascoltare, inviata dalla poetessa alla casa editrice ucraina Duch i Litera il 5 marzo.
Alla luce del Majdan la società russa (non dico il governo ma la società) offre uno spettacolo vergognoso. Sono parole dure ma non intendo sfumare. Naturalmente questa è la mia personale opinione e ben pochi in Russia saranno d’accordo con me. Molti – e molti di quelli che di solito si considerano intellettuali e «democratici» – saranno già offesi dal titolo della mia nota: la luce del Majdan! I roghi del Majdan, il fumo del Majdan, nel migliore dei casi il dramma del Majdan: questo dovrebbe andargli bene. Quello che so del Majdan lo so dai miei carissimi amici che hanno passato questi mesi sulla piazza, lo so dalle trasmissioni in diretta dal luogo degli avvenimenti, lo so dai commenti di V. Silvestrov e tutto questo mi spinge a parlare della luce del Majdan. Naturalmente io qui ho in mente il Majdan mansueto e tenace e non le sortite dei gruppi estremi, sulle quali da noi si tende a concentrare tutta l’attenzione.

Innanzitutto è la luce del superamento della paura. Della vittoria del Majdan come vittoria sulla paura ha scritto Konstantin Sigov. Quando, in questi giorni, leggevo le agenzie con le riflessioni dei miei illuminati compatrioti sui fatti di Ucraina (più avanti cercherò di elencare i loro argomenti), chissà perché mi frullavano in testa i versi di T.S. Eliot dai Quattro quartetti, a proposito della «sapienza dei vecchi». Mi ricordavo confusamente questi versi:

«do not let me hear
Of the wisdom of old men…»

Ho capito perché mi sono venuti in mente quando ho letto fino in fondo:

«Non voglio sentir parlare
della saggezza dei vecchi, ma della loro follia,
la loro paura della paura e della frenesia,
la loro paura del possesso,
di appartenere a un altro, o ad altri, o a Dio».

Non si tratta del fatto che i nostri commentatori sono vecchi, ma che l’unica saggezza sulla quale si basano è la saggezza della paura. Loro guardano il Majdan – l’avvenimento del superamento della paura - con gli occhi di chi non è ancora uscito dalla paura. Non vedono quello che c’è ma quello che ne potrebbe conseguire (ed è chiaro che non ne uscirà niente di buono). Georges Nivat ha scritto che il Majdan è la possibilità di un nuovo respiro per l’Europa che, dopo i due traumi del XX secolo, nazismo e comunismo, vive di compromessi e non ha più ideali. Ha scritto che questa possibilità è poco verosimile. Lui non si aspetta un nuovo respiro che si opponga al male. L’Europa si basa sul compromesso anche come possibilità di pace interiore. È troppo forte la paura di nutrire qualsiasi entusiasmo. E in Russia lo è ancora di più.

Il Majdan è la luce della speranza. Sperare in qualcosa di diverso da quello che abbiamo già visto sembra follia. Ricordiamo i precedenti: dopo la rivoluzione di Febbraio è venuto l’Ottobre (è l’argomento usato più spesso) o, in altre parole, dopo la fase idealista della rivoluzione vengono la dittatura e il terrore. E poi la guerra civile, lo sfacelo del Paese… Da nessun’altra parte si teme la rivoluzione come in Russia. E abbiamo dei buoni motivi per preferire qualsiasi cosa alla guerra e alla rivoluzione. È l’esperienza di varie generazioni. Ma la speranza agisce a dispetto di tutti i precedenti e i presupposti. Una speranza così in Russia non c’è. Ci sentiamo come su un treno che va all’impazzata dove lo portano senza che nessuno ci chieda niente, e tutto questo evidentemente sfugge al nostro controllo. La società russa, che ha vissuto la sua primavera nevosa del 2011, è avvilita come non mai.

La luce del Majdan è anche la luce della solidarietà. Abbiamo letto delle meravigliose espressioni di questa solidarietà nelle notizie provenienti dal Majdan. Una solidarietà che non conosceva limiti di ceto e nazionalità. In Russia non abbiamo esperienza di solidarietà, anche nel passato quasi non ce n’era. Ne ho scritto sette anni fa e non starò a ripetermi. Da allora le cose sono un po’ cambiate, non molto ma un po’sì: crescono nuove forme di volontariato, azioni umanitarie comuni che prima da noi erano ignote.

La luce del Majdan è anche la luce dell’umanità riabilitata. L’intellettuale russo vive in un’atmosfera di ironia globale, di profondo scetticismo e cinismo. I comportamenti e le forme di espressione alti, ispirati all’ideale, chiaramente non gli infondono fiducia. L’immensa piazza che canta insieme con fervore l’inno nazionale, o che recita il Padre nostro, non si sposa col concetto di «attuale» e «moderno». Troviamo delle repliche in cui gli eventi ucraini sono definiti «arcaici» e «antiquati». E come no! Per noi sono attuali il grottesco crudele e la pagliacciata.

Un altro motivo ricorrente tra quelli che non amano il Majdan, è la complessità. Non è tutto così semplice, ci ricordano, non esiste il male assoluto, né il bene assoluto… Sia gli uni che gli altri hanno torti e ragioni, l’importante è che vivano in pace. In pace con dei ladri matricolati? Vabbeh, mi dicono, anche gli altri chissà come si comporteranno quando si prenderanno il potere. Questa posizione sulla «complessità» inestricabile viene sostenuta con racconti vari su questi chef anno azioni violente, e gli altri… e si citano fatti su fatti, soprattutto a proposito di «questi». Si chiama «agnosticismo morale», è la nostra eredità. Ancora oggi si rifiutano di dire con chiarezza se lo stalinismo è stato «buono» o «cattivo».

E mi limito a considerare le reazioni degli intellettuali. Non voglio neppure parlare di quelli che discorrono di «euro fascismo», «partigiani di Bandera» eccetera. Quelli, ho gran paura, sono la stragrande maggioranza. Diciamo che sono vittime dell’«informazione» ufficiale. Probablimente sentir ripetere ogni giorno le stesse parole non può non avere della conseguenze. La «guerra mediatica» della propaganda ufficiale ha vinto senz’altro. Mi soffermo solo su uno dei leitmotiv più diffusi perché è un po’ più complesso del solito «fascismo» e «antisemitismo» del Majdan. Si tratta della russofobia.

Mettere sotto accusa i cleptocrati e praticanti nazionali di quello stile di vita che convenzionalmente chiamiamo «stalinismo» (ossia di uno Stato che non pone limiti al proprio potere, che non risponde davanti alla popolazione né la informa delle proprie iniziative, mentre il suddito deve essergli «supinamente fedele») viene recepito come azione «antirussa». E questa purtroppo non è una questione di poco conto. Un regime di questo tipo viene sostenuto da Mosca, ed è verso un simile regime che la Russia si muove sempre più compatta. La distinzione definitiva tra «russo» e «sovietico» da noi non ha avuto luogo. La gente del Majdan ha intrapreso il tentativo di staccare «ucraino» e «sovietico». Questo tentativo, come si vede dagli ultimi avvenimenti, non verrà perdonato.
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