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INTERVISTA  
Il mio nuovo Dante
Il soggiorno a Ravenna, le ricerche parola per parola, le passeggiate nella stessa natura in cui era immerso «il poeta della speranza»... L’intellettuale di Mosca racconta come e perché sta traducendo la Divina Commedia. Per restituire al mondo russo la sua «novità eterna»


di Luca Fiore


Si presenta con un bel mazzo di girasoli e grandi occhiali neri. Appuntamento davanti alla tomba di Dante. È un sabato di fine primavera e a Ravenna è una giornata meravigliosa. I bambini corrono e gridano in piazza San Francesco. L’indomani partirà per Mosca e questa è l’ultima occasione per un saluto al poeta. Appoggia i fiori nella piccola cappella e guarda pensierosa il bassorilievo con il profilo spigoloso dell’esule fiorentino. Ol’ga Sedakova ha respirato per due mesi l’aria della Romagna, la stessa che l’autore della Commedia respirò negli ultimi anni di vita, ospite della corte di Guido Novello da Polenta. La grande poetessa russa, classe 1949 ed eroina della stagione del samizdat, ha deciso di imbarcarsi in un’impresa non da poco: una nuova traduzione in russo delle tre cantiche dantesche. Un lavoro che inizia nel 750° della nascita e, chissà, potrebbe finire nel 2021, quando di anni dalla morte di Dante ne saranno passati settecento tondi tondi. Ma gli anniversari non sembrano interessare molto a Ol’ga Sedakova, l’urgenza di tornare alla Commedia non ha nulla a che fare con ricordi o celebrazioni. Sembra esserci qualcosa di necessario in quel che si appresta a fare. Necessario come le parole di una poesia.
– Perché è stata due mesi a Ravenna?

– Quello di fare una nuova traduzione della Divina Commedia era un mio sogno. Quando me l’hanno commissionata ho subito desiderato venire in Italia e trascorrervi un po’ di tempo. Tra le città dantesche, Firenze, Verona e Ravenna, ho scelto l’ultima, perché qui Dante ha scritto i canti più alti, quelli che raccontano il Paradiso.

– Che cosa ha scoperto?

– Io non sapevo che ci fosse un rapporto così stretto tra le immagini di Dante e i mosaici bizantini che si possono vedere qui. Nel Canto XIV è descritta una visione di due spiriti luminosi dentro due fasce di luce che formano due bracci di una croce. Nel punto di intersezione appare il volto di Cristo. È la croce gemmata raffigurata nel catino absidale di Sant’Apollinare in Classe. Oppure il cielo della cupola del Mausoleo di Galla Placidia o la schiera di beati nella navata di Sant’Apollinare Nuovo. È stata davvero una sorpresa.

– Come ha lavorato?

– Ho riletto la Commedia e mi sono guardata attorno. Ho fatto ricerche sugli ultimi anni di Dante negli archivi del Centro dantesco. Ho visitato diverse volte la pineta dove Dante andava a camminare o cavalcare per provare a risentire ciò che aveva sentito lui. È il bosco che usa per descrivere il Paradiso terrestre, dove sente sul volto quella dolce brezza per cui le fronde, tremolando pronte / tutte quante piegavano alla parte / u’ la prim’ombra gitta il santo monte.

– Perché sente il bisogno di una nuova traduzione in russo?

– La traduzione classica per il lettore russo è quella di Mikhail Lozinskij del 1945. È un’opera importante, con tanti pregi, ma che non è in grado di farci sentire la voce di Dante. È troppo accademica, sa di museo. Quando facevo lezione in università e dovevo citare qualche frammento, finivo sempre per tradurlo di nuovo. Lozinskij non è stato in grado di restituire la passione del testo e certe sfumature di senso. Quella versione è nebulosa, poco precisa. Questo dipende, in gran parte, dal fatto che cerca di rendere la struttura metrica e la terza rima.

– Può fare qualche esempio?

– Prendiamo l’incipit. La ritraduzione in italiano dell’attuale versione russa sarebbe: Avendo passato la vita terrena fino alla metà. È troppo diverso. Quel vita terrena non ha in nessun modo la forza di nostra vita. E poi non si può iniziare con avendo, bisogna trovare il modo per rendere quel nel mezzo.

– Cosa ha intenzione di fare, quindi?

– Vorrei limitarmi a fare una versione il più possibile vicina al testo: parola per parola. Vorrei restituire soprattutto il contenuto letterale, capito in modo profondo. Vorrei che ci fossero le note e i commenti, perché in russo non esistono. Quello di Lozinskij è un lavoro fatto durante il tempo dell’ateismo militante e non si poteva permettere di entrare nel dettaglio dei contenuti teologici. Ma così ci si è persi per strada Dante.

– Scriverà anche i commenti?

– No, sceglierò testi di altri. Non saranno letture che riguardano la lingua, ma proporrò riflessioni bibliche e teologiche per far capire di che cosa si sta parlando, quali sono i riferimenti.

– Qual è l’aspetto che trova più difficile da tradurre?

– La latinitas della scrittura. Un’esattezza della lingua che il russo non possiede.

– Non la spaventa un lavoro del genere?

– Sì, certo. Spero di farcela. Magari non farò tutto. Ma mi auguro di riuscire a mostrare di più che cos’è Dante. In Russia non abbiamo avuto un poeta così. Da noi, a quell’epoca, non esistevano i poeti individuali. La letteratura in slavo ecclesiastico è un’altra cosa. Il russo letterario nasce nell’Ottocento con Puškin, che appartiene a un’epoca ormai secolarizzata. Ai poeti e agli uomini non interessava più il rapporto con la dottrina della Chiesa. Ma c’è un’altra cosa: la qualità artistica della Commedia. Mandel’štam ha scritto un discorso splendido su Dante in cui cerca di mostrare tutta la qualità poetica della sua opera. Per tutto il Novecento i poeti hanno rincorso Dante come un modello. Perché la sua è una poesia universale.

– Perché le interessa?

– Perché questo carattere si è quasi perso nella cultura e nella letteratura moderna, che mancano di quella grande speranza. Dante è il poeta della speranza. L’uomo moderno non sa più dove recuperarla.

– Che speranza è quella di Dante?

– Lui crede nel progetto divino dell’universo. E l’universo è buono e bello. L’universo è fatto per l’uomo. Oggi non siamo più in grado di riconoscere questo centro creativo del cosmo. E senza questo baricentro non siamo più capaci di una visione unitaria.

– Eppure, come diceva, il Novecento ha rincorso Dante. Perché?

– Perché ha sentito la mancanza di questa sua visione. Eliot, Rilke, Claudel... Erano uomini del Novecento e presero Dante come modello per una nuova epica, che provava a guardare l’universo nella sua totalità.

– Dante è difficile da capire anche per il lettore italiano.

– Per me non è difficile. Per me innanzitutto è un grande piacere. Poi è vero, io non conosco tantissime cose che Dante sapeva. Non conosco le fonti antiche a cui lui attingeva. La gente mi dice che non capisce di che cosa Dante parla. Ma più che i riferimenti culturali, al lettore manca l’esperienza. Come si fa a capire che cosa significa essere persi nel mezzo del cammino della vita se la nostra esperienza della vita non è quella di un cammino? Spesso Dante chiede al lettore di seguirlo, ma per farlo occorre avere in sé ciò che permette di farlo. Nel lettore di oggi manca l’esperienza personale.

– E la Russia di oggi? Perché avrebbe bisogno di rileggere la Commedia?

– Perché abbiamo bisogno di cose belle e profonde. Prima di venire in Italia ho tenuto una conferenza a Mosca sui canti dedicati ai violenti. In Russia c’è uno strano amore per la violenza, che non esisteva fino a pochi anni fa. Ho provato a parlare di questo problema secondo lo sguardo che ne ha Dante. Per lui la violenza non è tanto l’uso della forza, ma è la sterilità. Dove abitano i violenti tutto è sterile, non cresce nulla di nuovo.

– E lei? Come ha conosciuto Dante?

– L’ho letto per la prima volta a sedici anni nella versione di Lozinskij. Capii subito che dovevo leggerlo in originale, perché sentivo che in russo mi stavo perdendo qualcosa. Così mi sono messa a studiare l’italiano, come si studierebbe il latino o il greco, per poterlo leggere in lingua. Quello fu solo l’inizio.

– E come se ne è innamorata?

– Non si possono trovare le ragioni dell’amore. Ma ho sempre sentito la grande forza di quelle parole. Ne sentivo la novità.

– Quale novità?

– Non è quella di un vestito all’ultima moda. Quella di cui parla Dante è una novità eterna. È ciò che ti fa sentire una persona nuova. Che produce in te qualcosa che prima non c’era. Ed è possibile perché già in lui qualcosa è stato risvegliato. È un’apertura senza confini.

– Qual è il ricordo più caro che si porterà a casa da Ravenna?

– Oltre alle chiese meravigliose, il mistero della pineta. Della natura.

– Che cosa ha sentito tra gli alberi di quella pineta?

– Difficile da spiegare. Dovrei scrivere una poesia.
Tracce, n. 7, 2015.
«Putin vincerà, ma la nuova Russia è una realtà»
«Poesia & Samizdat»
colloquio con Olga Sedakova
 Il mio nuovo Dante
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