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INTERVISTA  
«Poesia & Samizdat»
colloquio con Olga Sedakova
Olga Sedakova (Mosca 1949) è una delle voci più intense della poesia russa contemporanea. Nel 1978 fece uscire in samizdat il suo primo volume in versi: Rosa canina; considerata scomoda, «oscura e inattuale» dal regime comunista, riuscì a pubblicare in patria soltanto dopo il collasso del sistema sovietico. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti come il premio «non ufficiale» Andrej Belyj, il Premio Solovev (Città del Vaticano 1998) e il Premio Solzenicyn (Mosca 2003), ma in Italia l’importanza del suo lavoro è ancora da scoprire. Un’introduzione alla sua scrittura può essere costituita dalla splendida antologia Solo nel fuoco si semina il fuoco (Qiqajon, Magnano 2008, pp. 184, euro 12) curata da Adalberto Mainardi. Domenica 12 dicembre la poetessa russa è arrivata nel nostro Paese per ricevere il Premio Camposampiero per la poesia religiosa, giunto alla XX edizione e presieduto da quest’anno dalla scrittrice Antonia Arslan.
di Alessandro Rivali, Studi cattolici n. 600 (03/03/2011, www.ares.mi.it)
– Quando ha iniziato a scrivere?

– Quando ero bambina. I miei genitori ricordavano che recitavo mie poesie quando ancora non sapevo scrivere. Erano delle liriche orali che amo ancora: qualche anno fa hanno tradotto in Francia il mio saggio autobiografico L’elogio della poesia che si apre proprio con il ricordo di queste primissime poesie [il volume è stato pubblicato nel 2001 da L’Age d’Homme, la casa editrice che ha tradotto in francese le opere di Eugenio Corti].

– C’è stato qualcuno in famiglia che le ha trasmesso questa passione?

– Penso di no. I miei genitori erano ingegneri a Mosca, dove sono nata. Mia nonna, la madre di mio padre, sapeva a memoria tanti canti del nostro folklore, ma non aveva mai composto poesie. Sono stata la prima in famiglia.

– Quando arrivarono le prime pubblicazioni?

– Da bambina venni considerata una sorta di enfant prodige, un piccolo genio, e iniziai a pubblicare prestissimo, ma erano poesie brevi e stupide. Quando iniziai a scrivere sul serio, verso i sedici anni, l’epoca d’oro delle mie pubblicazioni si bloccò subito.

– Perché?

– Non erano testi graditi al sistema comunista. Venivo accusata di «spiritualità». Inoltre, dicevano che erano eccessivamente complicate. Le poesie della cultura ufficiale dovevano essere «populiste», semplici e chiare, senza troppe riflessioni. Dovevano essere comprensibili anche per l’uomo più semplice...

– Cercò di far parte dell’Unione degli scrittori sovietici?

– Assolutamente no. L’Unione per me era rappresentata da quelli che consideravano traditori gli autori come Pasternak, Brodskij, Solzenicyn... e io volevo far parte di questa seconda schiera. Questi erano i «miei» autori. Quelli che erano stati cacciati via. Le mie poesie iniziarono a circolare in samizdat. Si facevano centinaia e centinaia di copie in clandestinità. Non ero io che le facevo circolare, ma i miei lettori. Ogni lettore faceva cinque copie con la macchina per scrivere e la carta carbone. Erano migliaia di libri che si diffondevano in quella che chiamavamo la «tiratura proibita». Un altro modo per far conoscere il mio lavoro era quello di leggere in pubblico. Si trattava di letture in case private e in atelier di artisti. Non c’era la minima forma di promozione, eppure c’era molta gente che veniva ad ascoltare. C’erano anche delle spie che s’infiltravano, era pericoloso, ma noi cercavamo di non pensarci. Tutto questo movimento di autori «inediti» era stato ribattezzato «Seconda cultura», in opposizione a quella ufficiale. Era un movimento abbastanza numeroso, ma non era dappertutto: lo trovavi nelle principali città come Mosca o San Pietroburgo e nelle città universitarie.

– Quali furono i suoi problemi con la giustizia?

– Quando avevo una trentina d’anni, ai tempi di Andropov, fui arrestata dal Kgb; mi interrogarono sul funzionamento del samizdat. Volevano sapere come un mio libro avesse potuto essere pubblicato in Francia, a Parigi. Io risposi con totale sincerità: «Non lo so davvero». Era la verità. Le poesie circolavano senza che io mi adoperassi in questo senso. Il primo libro tradotto s’intitolava Porte, finestre, archi. Venne pubblicato nel 1986 da Ymca Press, la casa editrice fondata dagli emigrati russi, prima negli Stati Uniti e poi a Parigi, che pubblicava tutta la letteratura proibita nell’Unione Sovietica.

– Fu duro l’interrogatorio?

– No, tutt’altro. Fingevano di essere interessati al mio lavoro, dicevano di volermi aiutare. Sapevano che l’unico modo per «pubblicare» poesie per me era quello di leggerle a voce alta. Poi, dopo due ore, mi lasciarono dicendomi che mi avrebbero richiamato per ulteriori chiarimenti e discussioni. Pensavo che sarebbe finita molto peggio, ma forse stava già iniziando il tempo dei cambiamenti...

Fino al crollo dell’Unione Sovietica non potei vedere pubblicate le mie poesie. Invece continuavo a essere tradotta in Europa, in Francia e in Inghilterra in particolare. Come poeti «non ufficiali» eravamo comunque condannati; vivevamo come clochard, senza la possibilità di ottenere un lavoro. Io sopravvivevo cercando di fare traduzioni. Soltanto ai tempi di Gorbachev sono stata invitata a tenere delle lezioni all’Università di Mosca. Era una vita molto dura, ma felice; avevamo la consapevolezza di fare qualcosa di importante... e di seguire la vera ispirazione.

– Ci sono stati altri momenti in cui si è trovata in pericolo?

– La nostra grande paura non era tanto il gulag, quanto l’ospedale psichiatrico. Chi veniva rinchiuso lì dentro non usciva più sano di mente. Anch’io sono passata per questa esperienza...

– Ci vuole raccontare qualcosa?

– Ero molto giovane, avevo vent’anni. Non ci fu nessun processo. Fui semplicemente dichiarata «malata di mente». Non si poteva uscire, l’unica possibilità era tentare di scappare con l’aiuto di qualche amico; inoltre nessuno sapeva cosa ti era successo. Il processo a Brodskij fu l’ultimo «pubblico», poi scese il silenzio. Era un nuovo tipo di censura: era un sistema molto pratico, venivi fatto sparire senza che nessuno sapesse nulla. Sono rimasta in ospedale psichiatrico per circa cinque mesi. Mi dicevano che una persona normale non poteva credere in Dio. Io ero credente e quindi considerata «malata»...

– Com’era la vita nell’ospedale?

– Un vero inferno. Cercarono di «guarirmi» con degli shock di insulina. Era un trattamento dolorosissimo che poteva avere conseguenze molto gravi sul sistema cerebrale. Erano anni in cui la psichiatria sovietica veniva condannata come criminale in tutto il mondo. In ospedale feci conoscenza con altre persone imprigionate per i miei stessi motivi. I contatti con l’esterno erano possibili se qualcuno ti veniva a trovare, ma erano concesse visite molto brevi. In quel tempo difficile mi fu di sostegno la fede. Mi colpisce che adesso in così tanti si dichiarino di fede ortodossa, quando poco tempo prima erano tutti atei.

Negli anni della persecuzione vedevamo nei cattolici degli amici; la demarcazione della linea del fronte era molto netta: cristiani e non cristiani, senza ulteriori differenziazioni.

– È riuscita a conoscere di persona qualcuno dei grandi poeti russi del secolo scorso?

– Ho conosciuto Brodskij e curiosamente ci siamo incontrati per la prima volta in Italia, a Venezia. Fu nel 1988, in occasione del mio primo viaggio all’estero, prima mi era stato sempre impedito di lasciare il Paese. Sono stata in contatto più assiduo con altri importanti poeti russi della mia generazione, che non sono ancora conosciuti come si dovrebbe. Per esempio Elena Schwartz, che è deceduta nel marzo di quest’anno, Viktor Krivulin (anche lui pubblicò in Francia prima che in Russia) e anche Venedikt Erofeev, il celebre autore di Mosca sulla Vodka: morì prima di conoscere la fama e le traduzioni all’estero. Siamo considerati la «generazione perduta» della letteratura russa: poeti e scrittori con talento cui fu impedito di pubblicare.

– Che ruolo ha avuto la poesia negli anni del terrore comunista?

– Ha avuto un ruolo importantissimo. Per tante persone era necessaria come il pane. Furono in tanti a rischiare la vita pur di diffondere le poesie clandestine. Tantissimi le imparavano a memoria. Le nostre nuove generazioni hanno smarrito questa alta concezione della poesia.

– I suoi autori preferiti?

– Tutti i classici, Puskin, poi i poeti russi dell’Avanguardia, Osip Mandelstam, la Achmatova, Pasternak (Il dottor Zivago fu per noi come una sorta di manuale, lo consideravamo un romanzo cristiano), il già citato Erofeev, Andrej Platonov, la poetessa Elena Schwartz. Per gli italiani: il primo su tutti, Dante – ho imparato l’italiano per leggere Dante nella lingua originale –, poi Petrarca (ho tradotto qualche sonetto) e Ungaretti.

– La situazione sulla libertà in Russia oggi?

– Non è facile rispondere. Ognuno vede solo una parte di verità. Non si può fare il paragone con il regime comunista. Oggi c’è molta più libertà. Ma in profondità la libertà è relativa: molti si sentono guidati da un gruppo criminale e considerano Putin come un oligarca senza scrupoli. Per scrivere poesie però non ci sono problemi. Ognuno può dire quello che vuole. I problemi sorgono se uno parla espressamente di politica. Sono i giornalisti quelli che rischiano di più. Comunque non c’è più il muro assoluto di prima: adesso posso leggere quello che voglio, posso viaggiare liberamente, avere tutti i contatti che voglio. Prima era impossibile.
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