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In memoria di un filosofo
«Il mondo intero è l’unico luogo in cui può trovar posto l’essere umano, pura presenza con la sua melodia di fondo, tacito accordo».
Vladimir Bibichin, Il mondo
Vladimir Bibichin era dedito a quella filosofia che molti filosofi di professione (propriamente parlando, storici della filosofia, critici e analitici dei più diversi sistemi filosofici già formulati) non ritengono «più possibile ormai», e cioè la «filosofia primaria» che è una forma di vita, un luogo di vita, che è la nostra presenza nel mondo così com’era per Socrate o per Kierkegaard.

La parola «mondo» è forse la più importante nel pensiero di Bibichin. Noi non conosciamo ancora questo pensiero in tutto il suo dispiegarsi, infatti molti dei suoi scritti sono ancora inediti, e quelli editi non sono ancora stati meditati a fondo dai lettori e ricomposti in unità (gli oggetti del suo pensiero sono così svariati, così distanti gli uni dagli altri: chi altri sarebbe stato in grado di scrivere di Palamas e di Becket, delle riforme di Pietro e degli inni sanscriti, di Macario l’Egiziano e di Wittgenstein; e di scriverne non solo con perfetta competenza, ma senza neppure cambiare tono di voce?). Il suo pensiero, così come il modo di svolgerlo, sono troppo distanti dai discorsi che ben conosciamo, dall’argomentare «filosofico-scientifico», «concreto», giornalistico che ha soffocato tutto negli ultimi decenni. Perfino l’inattesa parola di Merab Mamardasˇvili, l’altro nostro «filosofo primario», viene più facilmente incontro al lettore, si adatta più agilmente ai nostri meccanismi di interpretazione: ah, questo è il postulato! Se in Bibichin troviamo dei postulati, sono i postulati della perplessità e dell’elusione. Il suo discorso non arriva mai a un punto in cui lo si possa afferrare, ridurre a formula per poi «usarlo» con successo. Si ha l’impressione che abbia fatto voto di non pronunciare mai una parola «utilizzabile».

Non è ancora stata trovata una definizione sia pur approssimativa del suo pensiero. Si tratta di una fenomenologia russa, come pensano alcuni? Lui stesso, parlando, lasciava intendere talvolta di attribuire la propria attività all’ambito della teologia: teologia, però, nel senso usato per Heidegger. Teologia nel senso che le attribuiva il mondo antico, teologia del Principio rispetto a cui nulla è ancora stabilito. In questo momento non siamo assolutamente in grado di dare un giudizio su questo aspetto. L’incontro con il pensiero di Bibichin sta appena cominciando. Comincia la sua seconda modalità di presenza. La prima si è conclusa.

E quest’ultima non era meno impressionante delle sue opere. Il filosofo francese François Fédier, amico di Bibichin, ha scritto che non gli era mai capitato di incontrare nessun altro che avesse la sua «levità angelica». Nei movimenti aveva la leggerezza di un acrobata o di un equilibrista, negli occhi la levità dello sguardo infantile. Sembrava che tutto ciò che la gente ottiene a prezzo di immensa fatica, a lui cadesse semplicemente in mano: la conoscenza di numerosissime lingue, i talenti più diversi e rari. Ci conoscevamo da anni, ma ogni volta scoprivo in lui qualche nuova attitudine e conoscenza.

«Ma come, sa anche la lingua tatara?». «Beh, vede, ho vissuto per un po’ di tempo a Kazan’! Sarebbe strano che non la sapessi!». Oppure si scopriva d’un tratto, ad esempio, che sapeva suonare abbastanza bene il violino; che era uno straordinario falegname, che si era costruito da solo una casa su due piani e tutti gli utensili domestici; che sapeva guidare in modo eccellente la macchina e falciare, che sapeva improvvisare dal niente un pranzetto in quattro e quattr’otto… Sono sicura che le mie scoperte in questo senso sarebbero potute continuare per anni. Non riesco a capacitarmi di come riuscisse a fare tante cose ogni giorno: scrivere, tradurre, tenere un diario, senza tuttavia estraniarsi dalla vita familiare e senza mai dare segni di fretta, di stanchezza, senza mai far capire che era «occupato». Questa sua facilità era legata, probabilmente, a un segreto a lui noto, certamente un segreto filosofico, frutto del suo «conosci te stesso». Aveva scoperto in qualche modo il rapporto vero, amicale, con il tempo e con il mondo, nei quali non cessava mai di vedere un dono, un regalo. Eulabes, che in greco letteralmente significa «colui che accoglie con cautela, con sollecitudine» – ebbene, questi è il vero «timorato di Dio», diceva. Chi accoglie con ogni cura ciò che gli viene tra le mani. Un habitus sia della mente che del corpo. La voce di Bibichin si è fatta sentire tardi. Sino alla fine degli anni ‘80 era conosciuto come un virtuoso traduttore di autori molto ricercati: Niccolò Cusano, Gregorio Palamas, Massimo il Confessore, Francesco Petrarca, Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein. Le opere creative sarebbero giunte dopo. Aveva una conoscenza eccellente delle lingue antiche e moderne. La lingua, la parola, costituivano l’oggetto costante del suo pensiero. Riteneva che il nostro grande linguista Zaliznjak fosse una delle persone che avevano determinato la sua vita. Subito dopo veniva per lui Sergej Averincev. Anche negli anni successivi continuò sempre a tradurre: un grosso volume di Hanna Arendt, altre opere di Wittgenstein e Heidegger. Inoltre cominciò a pubblicare un libro dopo l’altro: Il linguaggio della filosofia, Il mondo, Conosci te stesso, Il Nuovo Rinascimento, Parola e avvenimento, L’altro principio, Aleksej Fëdorovicˇ Losev. Sergej Sergeevicˇ Averincev. Questi libri riprendono fondamentalmente i corsi da lui tenuti all’Università di Mosca a partire dal 1989, ed estratti dai diari che teneva ininterrottamente. Vi sono ancora molti corsi rimasti inediti.

Le lezioni di Bibichin erano un avvenimento: il suo fascino sugli ascoltatori era immenso, quasi magico. Per gli studenti degli anni ’90 è stato quello che per noi era Averincev negli anni ’70: un’autorità indiscussa, non solo scientifica ma anche morale. Che cosa insegnava? Il suo era un approccio completamente diverso da quello di Averincev, che spalancava davanti a noi le nitide, vaste prospettive della storia culturale e spirituale, le «stelle fisse» su cui può orientarsi nelle sue peregrinazioni lo spirito umano. Chi da giovane ha avuto modo di ascoltare Bibichin, non è più riuscito a liberarsi dall’esigenza, che gli era propria, di interpellare le cose, dall’imperativo categorico di «liberarsi dai preconcetti», cioè di assumersi il rischio di chiarire tutto fin dal principio, in un confronto diretto tra sé e il mondo, senza nascondersi dietro soluzioni, definizioni, classificazioni bell’e pronte, ma partendo dalla consapevolezza della propria completa ignoranza, amechania (perplessità), e usando come metodo conoscitivo solo la propria sensibilità. Quanto agli autori che sela cavano troppo a buon mercato, li sospettava di «raffazzonare una risposta» e di creare forme vacue. Il culmine della veridicità per lui restava la posizione del bambino, posizione che ha saputo descrivere come nessun altro (si pensi al suo articolo Il balbettio infantile1): il bambino, che con il suo balbettio si rivolge a un «soggetto invisibile», al «portatore della lingua», dona a chi lo osserva la possibilità di penetrare il significato della lingua, che è comune al balbettio infantile e al discorso dell’adulto: il linguaggio come pegno della pace, con cui l’uomo viene al mondo.

Ho voluto cominciare con la parola «mir» (mondo, pace) che Vladimir Bibichin pensava in tutta l’ampiezza di significati che la parola russa possiede, che vanno dall’idea di pace e di accordo, a quella di consesso sociale e di creato. La sua filosofia sostanzialmente ha posto l’inizio di una grande apologia del mondo, un’apologia della realtà, una sorta di cosmodicea, cronodicea, zoodicea. Nelle sue giustificazioni della realtà terrena lui inseriva non solo quello che possono affermare le scienze umanistiche, la poesia, la pittura, la musica, ma anche la fisica, la matematica, l’astronomia e la biologia contemporanee.

La sua epoca preferita era il Rinascimento, non certo inteso in senso storico (sebbene il Petrarca storico fosse un suo personaggio costante: in Petrarca vedeva il nuovo compito di edificazione dell’uomo). Di rinascita, di restaurazione della posizione delle cose del mondo lui parlava ogni volta in cui nel pensiero degli uomini affiorano la libertà di donare, la grandezza d’animo, la festa: le vedeva sia nei primi filosofi greci, sia nella prospettiva interiore dei nostri giorni, nei quali, nonostante la generale deprecazione, Bibichin scorgeva un «nuovo Rinascimento». Come tutti noi, cresciuti nell’estrema illibertà di uno Stato ideologico, Bibichin amava appassionatamente la libertà. Va da sé che proprio di qui scaturisse il suo non-con formismo, talvolta provocatorio e molto più ampio, diciamo, di quello di Averincev. Si teneva in di sparte dal successo esteriore, da ogni forma di establishment. Era un’altra la riuscita che gli serviva (una riuscita de rivante dal verbo «riu scire» in tutte le sue ac cezioni), la riuscita verso cui tende il mondo, di cui è alla ricerca la natura: la riuscita come adempimento di un compito, come possibilità di trovare il proprio posto nel mondo e nella propria epoca. Il posto di un uomo che conosce se stesso. Questo posto era legato per lui ad ogni istante della vita. Questo posto era la sua casa, la sua straordinaria famiglia, Ol’ga e i bambini. Questo proprio posto nel mondo per lui era la Russia, forse il suo più grande amore: «il paese biblico», per usare le sue parole, «l’altro principio».

Un uomo che riesce finalmente a erompere in libertà dopo le pastoie, generalmente ravvisa nella libertà una possibilità di rifiuto, di opposizione, di battaglia, di liberazione. Vladimir Bi bi chin conosceva un’altra, profonda libertà: la libertà della sintonia, dell’accettazione, dell’ingresso, del ritorno, insomma, la libertà del mondo pacificato. «Pas serà tutto. Tutto andrà bene», sono state le ultime parole che gli ho sentito dire pochi giorni prima che morisse.

E molto tempo primaaveva ripetuto più volte: «C’è già tutto». Forse, ritornando al discorso sulla filosofia e la teologia, il suo pensiero è come un vasto commento al saluto lasciatoci in eredità: «La pace (e il mondo) sia con voi!».

Trad. Giovanna Parravicini
L A N U O V A E U R O P A 2 • 2 0 0 5

1 V. Bibichin, Slovo i sobytie (Parola e avvenimento), Mosca 2001.
Dante. Inferno. Canti XII–XIV
Il campo di interazione fra la cultura laica e la Chiesa
La libertà come realtà escatologica
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