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POESIE
SAGGISTICA  
INTERVISTA
L’antica fiamma1.
La poesia di Elena Schwarz
Elena Schwarz era nata il 7 maggio 1948 a Leningrado. È morta alle soglie del suo 62° compleanno. Al funerale il sacerdote ha detto: «È morta giovane». E veramente tutti vedevano in lei l’adolescente, talvolta il bambino cui il mondo adulto, e tanto più il mondo dell’invecchiamento, restava estraneo.

«Oh vita, lungo addio!», aveva scritto in giovinezza. Elena era nata in una casa teatrale (sua madre era direttore letterario di uno dei nostri migliori teatri, il Gran de teatro drammatico Tov sto nogov) e l’affetto per il teatro non l’ha mai abbandonata. Si laureò in critica del teatro con una tesi su Carlo Gozzi. Amava molto la commedia dell’arte italiana, e si rammaricava che fosse stata sostituita dal teatro realistico (Goldoni), nei suoi versi «in terza persona» possiamo notare la presenza del mondo della favola e dei saltimbanchi.

Della sua genialità si incominciò a parlare quando aveva quattordici, quindici anni. La sua era una genialità condannata a non trovare posto nell’arte sovietica. Le poesie e i poemi della Schwarz circolavano nel samizdat e il suo primo libro (Il David danzante) uscì in America. Nella cosiddetta «seconda cultura» sin dagli anni ‘70 ha occupato il posto di Primo, Inimitabile poeta. È stata la seconda a ricevere il Premio Andrej Belyj, allora clandestino (il primo vincitore era stato Viktor Krivulin). Oggi questo premio fa parte dell’establishment letterario. In Russia cominciarono a pubblicarla solo dopo la perestrojka di Gorbacëv. Soltanto dopo questi cambiamenti divenne possibile per lei viaggiare per il mondo, una «seconda vita». A Parigi, Roma, Venezia, Colonia andò a ritrovare luoghi noti da tempo, «le sacre pietre d’Europa». Ma amava perdutamente la sua Leningrado-Pietroburgo.

Trovò una sua collocazione nel quadro della nuova letteratura? È stata premiata (ha ricevuto anche il premio Triumf2), l’hanno studiata slavisti di varie università. Ma anche nella cultura post-sovietica la sua posizione rimase esterna rispetto alle correnti dominanti. Sin dalla giovinezza aveva scelto la vita notturna: scriveva e viveva di notte. La solitudine, probabilmente, non la scelse esplicitamente, fu la sua vocazione a sceglierla per lei. Il servizio solitario delle Muse. È morta in marzo. A marzo sono dedicati moltissimi suoi scritti, sembra che questo mese fosse sempre stato essenziale per lei. Viceversa mi sembra che quasi nulla sia dedicato a maggio, il suo mese natale! Sentiva marzo come il periodo in cui il mondo dei trapassati si avvicina ai vivi (il poema I morti di marzo).

Amica delle stelle

Elena Schwarz è una delle stelle più luminose nel firmamento della poesia russa del XX secolo. In questo firmamento con le sue stelle vicine e lontane, mattutine e serotine, con le sue costellazioni, nebulose, meteore, la luce della sua stella – la più giovane in questa distesa scintillante, – non si perde e non impallidirà. Ma se è il cielo della poesia, perché mai dovrebbe essere solo di quella russa? La stella di Elena Schwarz si muoverà nel cielo della poesia mondiale. Ai giorni nostri la dimensione planetaria degli eventi poetici è un fatto evidente. Quel che viene scritto a Izmajlovskie Roty3 si risente subito dopo in svedese o in italiano. Nel nostro ultimo colloquio, due settimane prima della fine, mi raccontò che era uscito un suo libro in svedese. La traducevano in molte lingue. Partecipava a un’infinità di festival internazionali di poesia, in Europa, America, Israele. Ma non si tratta neanche di questo. Sin dall’inizio era appartenuta a quel mondo poetico che si colloca al di sopra dei secoli e delle tradizioni, e si inaugura con le prime parole messe insieme secondo le regole musiche4. Nel mondo di Omero, Dante, Emily Dickinson… Così era stato pensato, non tanto da lei, ma di lei. Molto tempo addietro, in gioventù, ne avevo scritto a lei (o meglio, a una delle sue eroine, o maschere, al suo alter ego, la poetessa romana Cinzia, perciò in distici elegiaci):

No, non ti dimenticheranno, se avranno memoria di qualcuno.
Un ragazzo quieto conduce nel quieto giardino un giardiniere:
– Vedi le mie rose? È Orazio. E questo presso
le viole di Saffo è Cinzia, mistero e papavero.


Lena (a causa del nostro lungo rapporto, almeno trentacinque anni, non posso che chiamarla così) amava Orazio (Due satire oraziane) e lo leggeva in originale:

Fumo tabacco turco, l’ode
di Orazio traduco con difficoltà,
e spesso il mio vocabolario si tuffa nell’acqua.
(Passatempo)


Leggeva in originale anche gli altri suoi poeti preferiti: Verlaine in francese, Dante in italiano, Heine in tedesco, Coleridge in inglese, i poeti polacchi in polacco… Essere poliglotta le era caro e necessario. Sorprendono gli scoppi di parole di altre lingue nella sua visionaria Navigazione, termini polacchi, tedeschi, inglesi che fanno rima con il russo.

Vsja ona tëmnaja, tëplaja, kak podgorevšij kaštan.
Was hat man dir, du armes Kind, getan?
5

È come se balenasse attraverso uno strappo del tessuto linguistico la notizia che il poeta in realtà scrive in tutte le lingue insieme. Così

Nello strappo tra le stelle
sfolgora un corpo accecante.


Nella sostituzione delle vesti linguistiche Lena, probabilmente amava l’unità di partenza, e finale, del mondo del verso, l’unità del mondo della parola, «le corde dell’alfabeto del mondo», per dirla con le parole del suo amatissimo Chlebnikov.

Lui solo, anche se sono tanti,
è sempre uguale,
antico gufo degli astrologi.
Incespicando, è ascesa la stella
per la scaletta di corda della notte.


Le parole a proposito della stella da cui siamo partiti, non sono una metafora banale, profanata da infinite «super star». Il firmamento non è una metafora, e anche il cielo della poesia non è una metafora. Elena Schwarz amava infinitamente le stelle. Lo scrive lei stessa, le ama più di tutto a questo mondo:

Di tutto quanto, solo mi dispiace
della stella, e anche della parola sulle stelle.


L’ultima cosa di cui le dispiacerà nel lasciare la vita. Conosceva la mappa del cielo stellato come pochi la conoscono al giorno d’oggi: come gli antichi navigatori e i poeti. Le «parole sulle stelle», le denominazioni delle stelle: quante ne sapeva! La stella Mizar e il feroce Sirio, Cassiopea-farfalla, tutte le figure dello zodiaco… Forse solo in Dante l’astronomia è così insistente (Dante, come tutti sanno anche se nessuno si è chiesto perché, termina sia l’Inferno, che il Purgatorio e il Paradiso con la parola «stelle»): tutto ciò che accade, accade davanti alle configurazioni mutevoli di questi vigili occhi di Argo, di questi fuochi, di questi «sigilli luminosi»: in vista dei corpi celesti. Lena aveva trovato per essi una quantità di similitudini sorprendenti e affascinanti: «il pesante uovo d’oca» è la stella del mattino invernale, «l’argento di famiglia» è la chiara notte primaverile:

Oh cielo, cielo! Sono triste!
Ed ecco che tu hai tirato fuori, tenero,
e hai esposto alla finestra
tutto l’argento, tuo, di famiglia.


La stella come fontana e ferita:

La stella immensa come una fontana
brilla sull’abisso dell’anima
e nella testa gracile del giardino
duole come una ferita luminosa.


Come in Dante, tutto in lei finisce con le stelle6. Ma c’è qualcosa di più ultimo, che nel lasciare la vita. Conosceva la mappa del cielo stellato come pochi la conoscono al giorno d’oggi: come gli antichi navigatori e i poeti. Le «parole sulle stelle», le denominazioni delle stelle: quante ne sapeva! La stella Mizar e il feroce Sirio, Cassiopea-farfalla, tutte le figure dello zodiaco… Forse solo in Dante l’astronomia viene dopo tutto, dopo l’addio. Sono i versi:

Non ho corpo, io, e non ho lacrime,
Solo nel cuore una bisaccia di poesie.


Con una manciata di versi russi in tasca, vuole ritrovarsi in altri spazi. E chiede che non brucino «nel fuoco spalancato» (Quan do volo sull’acqua scura). Il servizio delle Mu se, che per qualcuno è un inaccettabile anacronismo, per lei era una semplice realtà. Anzi, non semplice: una misteriosa, sacra realtà. Il prototipo del poeta era per lei, in fin dei conti, il re Davide che danza davanti all’arca. La sacra estasi, la visione-rivelazione, il sacrificio salvifico sono tutti elementi che entrano nel suo pensiero sulla poesia, nella sua ars poetica.

Immagini e musica

Elena Schwarz ha iniziato presto, probabilmente sin dall’inizio, a parlare con una voce propria. Non conosco una sua sola poesia scolastica, o d’imitazione. Mentre nei suoi primi versi noti (del 1968, non conosco cose precedenti; ma circolavano leggende sul fatto che scrivesse fin da adolescente) c’è già tutto: la sua voce era perfettamente libera, il suo vocabolario variopinto e preciso, già definito, la «tastiera dei richiami» vasta e duttile, l’andamento bizzarro del racconto (qui il capolavoro è la Ballata, che alla fine è colta da paralisi) è vagliato, il ritmo, vivace come l’argento vivo, gioca («polimetria»). Tutto era già felicemente compiuto. Lo straordinario realismo delle intonazioni: il discorso (ora offeso, ora provocatorio, ora compassionevole) è registrato «come dal vivo»; dal racconto di un oggetto passa istantaneamente al colloquio con l’oggetto, qualsiasi cosa le cada sotto gli occhi:

E ripeto: non sono il vostro flauto,
non sono un giocattolo,
non sono fegato né milza,
né cuore, né cervello.


Allo stesso modo i bambini parlano con tutto quello che incontrano per la strada. Infatti «a cosa servono i libri senza figure e senza dialoghi?», chiede l’Alice di Carroll. Ma in questo tono infantile un po’ ingenuo opera un intelletto adulto, molto arguto: l’arguzia nell’antico senso del termine. Sin dalle prime poesie della Schwarz si metteva in mostra una sorprendente serie di immagini («catene di paragoni»), la libertà dall’aspetto consueto e stantio delle cose che è propria dei sognatori e dei visionari. Le immagini della Schwarz emergono dal profondo dei sogni, dentro di esse affiorano figure archetipiche. Non a caso, ad un certo punto si era tanto appassionata a Jung, che aveva studiato e descritto ciò che lei conosceva bene, e da tempo. E poi il suono: il suono ben riconoscibile di Elena Schwarz:
scricchiolano le sue scarpe,
come le porte del paradiso.


Io chiamerei questo lavorio sonoro «armonizzazione dei rumori», oppure «illuminazione dei rumori». Il consonantismo nella Schwarz è più forte del vocalismo. Ma le sue consonanti suonano come vocali. È la musica del XX secolo, estranea alla cantilena classica.

Nei nostri primi anni ‘70 un’indipendenza così precoce (e l’indipendenza in quanto tale) era un miracolo assoluto. L’epoca era assolutamente sfavorevole. Elena Schwarz nella poesia Burljuk, dedicata a Viktor Krivulin, la descrive con precisione definendola «la stagione della parola sorda»:

Ma voi poveri, per voi c’è più onore,
chi è privo dalla nascita, come la Polonia,
chi nella stagione della parola sorda
è nato semistrangolato, malato,
chi da solo si è trafitto la gola per il canto…


Attraverso l’oblio forzato, attraverso l’ignoranza umanistica coltivata per decenni (Brodskij la chiama «cultura della terra bruciata») incominciarono appena a farsi strada nomi e versi «autentici»: quelli più vicini nel tempo (gli oberiuty7 e il Secolo d’argento), ma anche i classici e l’antichità si rivelavano a noi come l’ultimissima notizia.

Si aprì l’abisso, colmo di stelle.

E trovandosi in mezzo a queste maniere inattese, forti, autorevoli, era quasi impossibile non cadere in soggezione, non diventare apprendisti, non imitare. Chi faceva eco a Mandel’štam, chi all’acmesimo in quanto tale, chi agli oberiuty, chi al primo Pasternak, chi alla Cvetaeva. Lena non si rifaceva a nessuno. I più vicini a lei nella prosodia erano Velimir Chlebnikov e Michail Kuzmin. Velimir, così aperto, e l’astuto Kuzmin dal «passo di volpe», sono le sue Muse.

Ma ancora più importante dell’originalità dei suoi ritmi, temi e immagini, è il fatto che Elena Schwarz si concepiva come poeta e nient’altro, e parlava da poeta, cioè come uno che ha autorità e non come uno che «svolge le funzioni di poeta», come Facente Funzione o Facente Temporaneamente Funzione di poeta, come si dice nella lingua burocratica. Questa, infatti, è la situazione reale della maggioranza dei facitori di versi.
Fino a che non appare un poeta «vero», si può decidere che non esiste nient’altro che questo. Né deve esserci! Come non si stancavano di dichiarare i facitori di versi sovietici, che avevano sepolto nel passato storico tutto gli altri «dei olimpi» e «sacerdoti»:

Nessun angelo terribile mi ha
consegnato la lira.
Non fui consacrato profeta,


affermava orgogliosamente una colonna di questa poesia servile8. Elena Schwarz diceva di sé l’esatto contrario:

Non umilierò l’immenso Dio
fulgente che dorme in me.


Tirandosi addosso, naturalmente, irritazione, accuse di narcisismo, di impostura e mania di grandezza. Del resto, se i rimatori sovietici erano degli impiegati della letteratura al servizio statale, quelli post-sovietici somigliano ai colletti bianchi di qualche Società a Re sponsabilità Limitata; ma, come i loro predecessori, «svolgono temporaneamente le funzioni» di poeta. Quanto agli «dei olimpi» (com’è noto, Stalin chiamava «abitatore
dell’Olimpo» Pasternak) si riderà di loro con disprezzo ancora maggiore. Il poeta,

che in un istante accoglie il dolore e la gloria del mondo,

è tutt’altra cosa. Tutti sanno quanto sia bello. Ma quanto sia doloroso, è difficile immaginarselo dal di fuori.

Come una tomba viva e ritta
giaccio davanti a Dio, sola.


Lei era entrata nella poesia russa con il proprio mondo, il proprio cosmo, che verticalmente si estende dalla stella Aldebaran sino al profondo dei pozzi di miniera e del mare:

Mi calerò sul fondo del mare
come una sogliola dei fondali.


E in linea orizzontale raggiunge i quattro punti cardinali. In questo mondo ci sono la Cina e il Polo nord, i borghi bielorussi, il ponte di Arcole9, la cittadella di Stoccolma e la vergine Venezia, un’infinità di epoche con i loro abitanti (Svendita della biblioteca storica). E poi uccelli, pesci, bestie. E gli insetti! Api, bombi, mosche, persino il tarlo… Tra le mosche ci sono anche quelle bianche, le Muse, e tra le bestie ce ne sono di quelle che si incontrano solo nei vecchi Bestiari. Tra l’altro, tutte le bestie della Schwarz, uccelli, api, e le piante tendono in un’unica direzione, accanto al Liocorno, nel mondo delle allegorie. Il quinto lato del mondo la occupava tanto quanto gli altri più noti: angeli, elfi, salamandre, esseri strani di ogni sorta come gli spiriti-volpe cinesi, e poi la vastissima demonologia schwarziana (più avvincente della serie grafica di Dmitrij Prigov su questo tema spiacevole). Le interessano le persone che sono in costante contatto con questa quinta dimensione: pizie, sibille, profeti biblici, santi, pazzi per Cristo, alchimisti, monaci di tutte le confessioni, taoisti, chassid ed eremiti della Te baide. E fra i «sempliciotti» ci sono mostri, sordomuti, minus habens, anche loro sono più vicini a Lui. Quanto all’unione delle fedi che la Schwarz ha concepito, «ecumenismo», anche un ecumenismo senza sponde, è un termine troppo debole. Ha cercato di formulare e di unire non solo le fedi umane, ma anche le fedi animali e le forze naturali (Il Vangelo d’aria, La buona novella dei quattro elementi, Opere e giorni di Lavinia), oppure di portarle a una reciproca conoscenza, di insediare in un’unica casa cristianesimo, islam, buddismo e giudaismo (Racconto discontinuo su una casa in coabitazione).

In tutto questo progetto utopistico, c’è senza dubbio qualcosa di «artefatto», una certa giocosità e teatralità. Questo mondo sconfinato poteva spostarsi ed entrare nella scatola magica di un teatro, anche un teatro di burattini. Una piccola città nella tabacchiera. Il teatro, dal punto di vista biografico, era il suo elemento naturale. Cinzia, Lavinia, la pazza per Cristo, la zingara, la volpe, la cornacchia, sono tutti ruoli che Elena Schwarz ha recitato sulla scena della parola poetica. Cinzia, in particolare, dal mio punto di vista è un successo di portata mondiale, che mette in ombra tutte le più famose imitazioni dell’antichità, le Canzoni di Bilitis10 e le Lettere a un amico romano11. Con molta naturalezza le opere della Schwarz sono state messe in scena a Pietroburgo e in Francia. Nella sua protagonista lirica, quando non si presenta con qualche costume di scena (semplicemente nel suo carattere) io vedo anche altre immagini: innanzitutto la Figlia del brigante della Regina delle nevi, e la Mignon di Goethe, il bimbo scacciato dal paradiso terrestre che langue nella prigione dei tormenti terreni. La Figlia del brigante prende le difese del giovane Majakovskij. Il bimbo attende di tornare dove, alla fine di tutto, gli diranno: «Cosa ti hanno fatto, povero bimbo?» (was hat man dir, du armes Kind, getan?).

Mondo terribile, angusto per il cuore.
Oh, libero, libero come loro!


L’elenco di questi impeti da Mignon, Dahin!, Laggiù! (come quelli di Blok e di Pasternak) potrebbe proseguire all’infinito. L’impeto poetico mette sempre in risalto la ristrettezza, la chiusura, l’illibertà del mondo presente. D’un tratto ci rendiamo conto di essere in Egitto, e dobbiamo trovare il modo di sottrarci alla schiavitù. Avviene lo stesso con i protagonisti della poesia mistica cristiana (il siriaco Racconto della perla). La salvezza è uscita, Esodo. È molto forte, in Elena Schwarz, la sensazione della chiusura totale e irrimediabile del mondo. Si può arguire che sia questa la ragione delle sofferenze più acute, e che sia lo stimolo per esperienze poetiche sempre nuove di fuga verso la libertà. Da questo tema tutto, in sostanza, prende avvio. L’usignolo che tenta di salvare, è il titolo di una sua poesia. Il finale di questa poesia meravigliosa si esaurisce e si disgrega. Il tentativo di un usignolo cittadino di trapassare col suono la calotta sferica della notte, di trovare in essa il punto debole per aprirsi un passaggio negli «spazi familiari, dove il dono stupendo sarà come a casa», termina col condizionale. E con tinua, sempre di nuovo, in varie poesie, e riprendere l’assalto al muro «del presente». A Elena Schwarz non basta che gli stessi suoni e le immagini poetiche, omaggio del «dono stupendo», rompano il cerchio del nostro vuoto presente, che sin dall’inizio siano stati uditi. Si attende un altro, radicale passaggio, che liberi anche il verso, «uccellino in gabbia» («La strofa è una gabbia di uccellini»). Il tema della gabbia, della prigionia, del carcere nel quale l’uccellino canta e conversa ma non c’è nessuno che lo ascolti, cresce di libro in libro: è una sorta di trama che si sviluppa con gli anni. L’usignolo «nel liscio globo della notte», poi l’uccellino in gabbia, poi la gabbia nella torre «avvolta come un bozzolo»:

E noi cantiamo, Dio ce lo ha insegnato,
e noi ruggiamo, e gorgogliamo,
ci coprono con un fazzoletto e tacciamo.



Più si va avanti più cresce: la gabbia dell’Uccellino finisce nell’oceano (Il pappagallo nel mare), e quindi l’Uccellino canta ormai sul fondo marino… Più in là, sembra, non si può andare. Ed ecco che nelle ultime poesie (il ciclo Big bang, saggio di interpretazione mistica dell’astrofisica, dedicato a Kirill Kozyrev), l’immagine dell’universo chiuso in se stesso improvvisamente si trasfigura, mostrandosi tutta piena di vie d’uscita. E al posto di «quel punto, più debole» si trova il Punto incorruttibile che è origine e fine.

Fino a che l’Universo, raggiunto il suo limite,
non sprofonderà di nuovo in un punto,
finché il lenzuolo di elettroni è un corpo,
non ci è dato sapere
perché splendeva, cantava

una cosa è sicura, che ha vie d’uscita ovunque,
ne ha tante che, in sostanza,
è tutto attraversato dallo sciame cosmico
e tutto il Cosmo è un immenso Esodo.
E l’Universo tutto
Conduce al Punto incorruttibile
l’invisibile Mosè nella nube
fiammeggiante

(31 ottobre 2009).

Un finale vertiginoso per questo tema. La Creazione come Esodo. Nei suoi saggi sui poeti, Elena Schwarz proponeva di vedere in ognuno di quelli di cui scriveva la voce di un elemento (Le gole degli elementi). Non occorre guardare a lungo per accorgersi che il meglio della sua voce appartiene al fuoco. Non tutto brucia in questo fuoco, rimangono delle scorie, polvere, cenere, alcuni versi e poesie eccessive sulle quali non torneremo. Ma là dove l’avvenimento della poesia è reale, la sua voce rivela la sua natura di fuoco. Durante uno dei nostri primi incontri, nei primi anni ‘70, nell’appartamento che allora abitava a Cˇ ërnaja Recˇka, vidi una lavagnetta verde, dove col gesso erano vergate queste parole: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Queste parole, scritte con la calligrafia sottile e leggera di Lena, venivano incontro a chi entrava nella stanza. Non so se fosse il versetto del giorno, che ogni mattina veniva cambiato. Ma mi sembra che fosse il versetto che meglio corrispondeva alla vita di Lena. Lei parla talmente tanto degli aspetti più svariati del fuoco: il fuoco delle stelle, del lampo, il fuoco delle lampade, dei fiammiferi, delle candeline, la fiamma della stufa.

L’uccellino sul fondo del mare canta
le stelle sullo stagno,
la vecchia corteccia della quercia
e il fuoco delle candele,
e la fornace ardente,
le lampade che non si spengono…


Il fuoco del lampo, il fuoco che non brucia il Roveto. Tutto il mondo si presenta in lei come epifania del fuoco: il sangue (uno dei suoi simboli principali) è veicolo della fiamma, «il piccolo, sacro carbone sottopelle»; i fiori sono la fiamma del mondo vegetale, e così via… La vita stessa è una salamandra che vive nel fuoco. Così questo mondo era
stato pensato, così è stato fatto:

Così dunque Dio stesso ci ha costruiti:i diamanti
ha incastonato in montature d’osso,
Così dunque Dio stesso ci ha costruiti:
piantati come ciclamini nella neve
e nel farlo palpitava, ardeva e tremava tutto,
e così fece perché tutto palpitasse, tremasse, rombasse,
e disfacendosi, come fuoco e come sangue, volasse nelle tenebre…


E ricordiamo anche l’ultimo genere di fuoco: il fuoco che non brucia, il fuoco di grazia della Resurrezione (Fuoco pasquale). Avrebbe voluto diventare parte di questo fuoco:

Vorrei in esso andarmene nuotando,
non come pesce,
vorrei in esso volare,
non come uccello.
Soltanto fondermi, dissolvermi.
Diventerei come una scoria
che, destata, brucia.


Su questo ci fermiamo. Ora lei è una parte di quel fuoco antico, dell’antica fiamma che i poeti portano sulla terra, e spasimano fino a che non sia accesa.
L A N U O V A E U R O P A 2 • 2 0 1 1

1 Il titolo si riferisce alle parole di Dante davanti a Beatrice: «Men che dramma / di sangue m’è rimaso che non tremi: / conosco i segni dell’antica fiamma» (Purg. XXX, 46-48). Con questi sentimenti, da giovane, lessi per la prima volta le copie samizdat delle poesie di Elena Schwarz. In seguito entrarono a far parte del libro Exercitus exorcitans.

2 Primo premio non statale fondato nel 1992, per segnalare i migliori scrittori ed artisti russi. ndt

3 Zona centrale di Pietroburgo, nel quartiere dell’Ammiragliato. ndt

4 Musica nell’antica Grecia è la conoscenza delle tradizioni patrie, quella che oggi diremmo letteratura. ndt

5 «È tutta scura, calda come una castagna arrostita / Cosa ti hanno fatto, povera bimba?». ndt

6 Io non prendo in considerazione il suo rapporto difficile e teso con la Luna. Non si può parlare di tutto, e queste mie note non sono assolutamente una rassegna completa della poesia di Elena Schwarz.

7 Gruppo dell’avanguardia letteraria di Leningrado, tra il 1927 e il 1931 promosse l’arte del grottesco e dell’assurdo. La sigla OBERIU stava per Società dell’Arte Autentica. ndt

8 Evgenij Vinokurov (1925-1993). ndt

9 Presso Verona, vi si svolse una battaglia vinta da Napoleone contro gli austriaci nel 1796. ndt

10 Falso storico scritto da P. Louis nel XIX secolo, voleva essere la traduzione di un testo greco dell’antichità. ndt

11 Di Iosif Brodskij, a imitazione di Marziale (1972). ndt
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